Obama dimezzato
Così lo stallo sul budget mostra i limiti della leadership obamiana
A prescindere dal finale, la battaglia di palazzo per l’innalzamento del tetto del debito pubblico americano è il racconto della leadership erosa e diminuita di Barack Obama. Le minacce di abbandono dei negoziati, le resipiscenze tattiche, le telefonate notturne, le retromarce, le trattative comuni, poi separate, poi nuovamente comuni e il sapiente ordito delle smentite intessuto dai leader repubblicani sono gli elementi che mostrano il migliore piazzamento del Gop nella disputa.
16 AGO 20

A prescindere dal finale, la battaglia di palazzo per l’innalzamento del tetto del debito pubblico americano è il racconto della leadership erosa e diminuita di Barack Obama. Le minacce di abbandono dei negoziati, le resipiscenze tattiche, le telefonate notturne, le retromarce, le trattative comuni, poi separate, poi nuovamente comuni e il sapiente ordito delle smentite intessuto dai leader repubblicani sono gli elementi che mostrano il migliore piazzamento del Gop nella disputa. L’insistenza della Casa Bianca su un accordo di ampio respiro che in un solo colpo alzi l’asticella del debito oltre i 14.290 miliardi di dollari consentiti per decreto del Congresso, tagli 4 miliardi di dollari di spesa nei prossimi dieci anni e con una riforma fiscale riscuota nuove entrate (con tutti i proclami robinhoodiani del caso) era la strategia obamiana per riuscire a tenere saldamente il volante dei negoziati fra le mani. Le settimane dell’impasse di Washington mostrano invece che Obama è stato costretto a sedersi sul sedile posteriore.
Il leader democratico del Senato, Harry Reid, ha spezzato il circolo vizioso delle discussioni: dopo aver scartato un piano fatto di tagli alla spesa e senza nuove tasse (punto sul quale a destra nessuno è disposto a retrocedere) e aver rifiutato il “piano B” del senatore Mitch McConnell – una pezza legislativa per alzare il tetto del debito ed evitare il default dopo il 2 agosto, procrastinando le più generali scelte sull’assetto dei conti – Reid ha presentato un piano sul quale ieri gli schieramenti hanno ragionato nei rispettivi quartieri generali: 2.700 miliardi di tagli alla spesa in cambio di un innalzamento del tetto del debito di pari proporzioni. Nessuna riforma fiscale, cioè niente tasse aggiuntive, “il che significa che i repubblicani hanno vinto, che lo sappiano oppure no”, scrive Ezra Klein, notista del Washington Post. Nella ritirata forzata di Reid c’è l’energia di una destra che cavalca con profitto il sentimento antitasse; ma quella degli uomini dello Speaker della Camera, John Boehner, è una forza ricavata per contrasto con la debolezza obamiana.
Il leader democratico del Senato, Harry Reid, ha spezzato il circolo vizioso delle discussioni: dopo aver scartato un piano fatto di tagli alla spesa e senza nuove tasse (punto sul quale a destra nessuno è disposto a retrocedere) e aver rifiutato il “piano B” del senatore Mitch McConnell – una pezza legislativa per alzare il tetto del debito ed evitare il default dopo il 2 agosto, procrastinando le più generali scelte sull’assetto dei conti – Reid ha presentato un piano sul quale ieri gli schieramenti hanno ragionato nei rispettivi quartieri generali: 2.700 miliardi di tagli alla spesa in cambio di un innalzamento del tetto del debito di pari proporzioni. Nessuna riforma fiscale, cioè niente tasse aggiuntive, “il che significa che i repubblicani hanno vinto, che lo sappiano oppure no”, scrive Ezra Klein, notista del Washington Post. Nella ritirata forzata di Reid c’è l’energia di una destra che cavalca con profitto il sentimento antitasse; ma quella degli uomini dello Speaker della Camera, John Boehner, è una forza ricavata per contrasto con la debolezza obamiana.